Le radici della memoria

“sull’altare muto

le radici del pensiero si annodano

un respiro antico

scorre nei fili del silenzio

il sacro dimenticato

germoglia nel profano 

e la memoria

impara nuovamente a tremare”

Davanti a “Mutante” opera di Barbara Grossato, presentata nella mostra “Il ritorno di Euterpe”, la prima emozione non è stata una semplice impressione estetica, ma una vera e propria detonazione interiore. È stata la prima opera che ho incontrato entrando nella mostra, e forse non è un caso: alcune opere sembrano attendere lo spettatore come una soglia da attraversare.

L’installazione si posa su un altare antico, un elemento che porta con sé secoli di ritualità e memoria. In quell’istante il mio pensiero è corso immediatamente a una chiesa sconsacrata, a una cappella dimenticata dal culto ma non dal tempo. È come se lo spazio sacro fosse rimasto in attesa di una nuova voce.

E qui interviene l’artista.

Un intrico di fili, radici, nervature quasi organiche si espande sull’altare e ne scivola lungo i bordi. Non sono semplici materiali: ricordano sinapsi, circuiti neuronali, connessioni invisibili. È come osservare una mente che si materializza nello spazio. La materia sembra pulsare di vita, come se custodisse uno scambio continuo di energie, emozioni e memorie.

La mia mente ha percepito quell’intreccio come un sistema nervoso collettivo. Vite, pensieri, esperienze che si intrecciano e si depositano proprio lì, su un altare che ha perso la sua funzione liturgica. Eppure, paradossalmente, quell’atto artistico sembra restituirgli una nuova forma di sacralità.

Forse è qui che si genera la tensione più affascinante dell’opera: il dialogo tra sacro e profano.

Se con un gioco di parole definiamo l’arte come “profana”, allora in questo caso il profano diventa il veicolo attraverso cui il sacro sopravvive. Non lo sostituisce, ma lo riattiva. L’arte si fa radice, si innesta nella memoria dell’altare e lo riporta a una dimensione di presenza.

Non so se l’intenzione originaria dell’artista coincida con l’emozione che ho provato osservando quest’opera. Ma forse questo è proprio il cuore dell’esperienza artistica. Ogni spettatore percorre un sentiero diverso, anche se tutti partono dalla stessa radice.

Quello che posso dire con certezza è che raramente un’opera mi ha costretto a fermarmi così a lungo, a interrogarmi, a cercare risposte che potessero soddisfare il tumulto delle domande nate davanti a essa.

Ed è qui che risiede la vera magia dell’arte 

Non tanto nel dare risposte, ma nel generare domande che continuano a vibrare anche dopo aver lasciato la sala.

L’opera di Barbara Grossato sembra fare proprio questo: lasciare nell’aria una traccia invisibile di pensiero, una rete di emozioni che continua a fluttuare nello spazio e nella mente dello spettatore, forse, idealmente, fino all’infinito.

Alberto Fiorani